Quotauto Quattroruote

Quattroruote

La mia prossima auto? Una Toyota

Eh sì, non ci sto con questo linciaggio della Casa che fino a ieri era considerata un esempio per tutti, in fatto di qualitĂ , e ora è diventata all’improvviso un costruttore di macchine inaffidabili. Certo, i giapponesi hanno toppato alla grande: il possibile bloccaggio dell’acceleratore è un guasto grave, di cui ancora non si conoscono appieno le conseguenze in termini di incidenti causati. E anche il problema al freno della Prius non scherza. Però, però…Penso che questo bagno di umiltĂ  porterĂ  i giapponesi a recuperare la qualitĂ  perduta, a pensare piĂą ai clienti che all’ossessione di diventare il primo costruttore del mondo. “Okyakusama dai ichi”, ovvero i clienti prima di tutto, ha ripetuto il responsabile della qualitĂ  Toyota, Shinichi Sasaki, nella difficile conferenza stampa tenuta a Tokio per ammettere gli errori comessi e chiedere scusa. Io a questa gente dò fiducia: sono anni che li vedo lavorare con serietĂ  e sono certo che ne usciranno piĂą forti di prima. E quando dovrò cambiare l’auto, non ci penserò due volte a comprare una Toyota, se ci sarĂ  un modello che fa al caso mio.


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E allora togliamoli questi incentivi

Il ministro Claudio Scajola deve ancora riflettere. Non ha ancora realizzato se gli incentivi all’acquisto di auto nuove sono una distorsione del mercato, una droga, che come tale va eliminata. Peccato che una settimana fa avesse detto l’esatto contrario: in un intervento a una manifestazione di “Quattroruote”, aveva spiegato che lo sconto statale ci sarebbe stato anche per il 2010, ma con una durata (probabilmente sei mesi) e importi piĂą modesti rispetto all’anno scorso.

Il tutto, si sa, avviene a un tavolo in cui c’è un convitato di pietra, ingombrante, chiamato Fiat, con tutti i ricatti e i contro-ricatti sulla chiusura di Termini Imerese. Naturalmente agli automobilisti nessuno pensa: anche chi vorrebbe comprarla, la macchina nuova, non sa che pesci pigliare, con tutti questi messaggini in codice che lorsignori si lanciano. Come ciliegina sulla torta arriva anche la vicenda dei petrolieri: segnalano che le raffinerie sono in crisi per la concorrenza dei cinesi e perché un po’ dappertutto si consuma meno benzina e meno gasolio. Cosa che per anni, consumare meno, ci hanno chiesto di fare, salvo che ora ci vengono a dire che in questo modo mettiamo a repentaglio migliaia di posti di lavoro nelle raffinerie italiane dei poveri petrolieri. I quali, sicuramente, preparano il terreno per avere anch’essi il loro aiutino.

Onestamente, non se ne può più: tanto varrebbe fare chiarezza, dire che gli incentivi sono finiti e smetterla con la commedia dello sconto statale che servirebbe per dare agli italiani macchine più ecologiche e più sicure. Degli automobilisti non importa un fico a nessuno, se non quando c’è da spremere soldi. Diciamolo e assumiamocene la responsabilità. Anche davanti agli operai delle fabbriche da chiudere e delle raffinerei da smantellare.


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Dopo l’Alfa, la Jeep: che farne?

I piani di Sergio Marchionne cominciano a far discutere anche al di lĂ  dell’Oceano, dove c’è un marchio (la Jeep) che sembra stare alla Chrysler esattamente come l’Alfa Romeo sta alla Fiat. Nel senso che anche il famoso costruttore di fuoristrada yankee appare di ardua integrazione nel colosso sinergico italo-americano che il manager dal maglione scuro sta mettendo in piedi.

Il problema è sempre lo stesso: personalitĂ  molto forti, che male si adattano a trapianti di piattaforme, sospensioni e e motori comuni. La miccia l’ha accesa un lungo articolo comparso sull’edizione on line del quotidiano di Detroit, il “Detroit News” (www.detnews.com), in cui ci si interroga sul futuro di un marchio che, annacquando la propria personalitĂ  con modelli quasi cittadini come la Compass e la Patriot, negli ultimi anni ha quasi dimezzato le vendite, scendendo a 338 mila macchine nel 2009.

Il partito dei “duri e puri” è capitanato da un professore dell’UniversitĂ  del Michigan, Gerald Meyers, che in passato è stato anche presidente della societĂ  proprietaria della Jeep, la Amc: “La Wrangler e il fuoristrada puro sono l’essenza del marchio Jeep”, ha detto Meyers, “i tentativi di andare verso veicoli piĂą soft si sono rivalti fallimentari”. Il professore teme che la necessitĂ  di rientare nell’alveo produttivo del gruppo Fiat induca Marchionne a lanciare per esempio una piccola Suv derivata da una piattaforma italiana, che potrebbe essere addirittura (secondo il “Detroit News”) quella della Panda 4×4.

Proprio come l’Alfa, anche la Jeep è alla vigilia di uno storico compleanno: mentre il Biscione spegnerĂ  le 100 candeline a giugno, il marchio americano è ormai vicino al 70° anno di vita, essendo nato nel 1940 su richiesta dell’Esercito Usa, impegnato nella seconda Guerra Mondiale.

Domanda a voi: davvero la Jeep dovrebbe ballare da sola? Non sarĂ  che, come l’Alfa, ormai è troppo piccola per giustificare gli enormi investimenti che un percorso autonomo richiederebbe? Marchionne sembra non avere dubbi in proposito: dice che una Jeep “fiatizzata” raddoppierĂ  le vendite giĂ  nel 2014…


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Fate ancora un “giro in macchina”?

Gian Paolo Dallara è un ragazzino di 74 anni innamorato perso dell’automobile, uno che tutte le mattine si alza con una voglia matta di imparare qualcosa di nuovo sull’oggetto cui ha dedicato già 50 anni di lavoro. Sì, perché Enzo Ferrari lo assunse nel dicembre del 1959, giovane ingegnere del Politecnico, per il team di Formula 1, e lui poi ha lavorato in Lamborghini (è uno dei papà della Miura), in Maserati e, soprattutto, nella sua bella azienda in quel di Varano, che costruisce auto da corsa per tutto il mondo, Formula Indy compresa.

Ma Dallara ha un cruccio: lui che da ragazzo si divertiva da matti a guidare sui tornanti della Cisa, dice che si è perso del tutto il gusto del giro in macchina, gusto che invece è rimasto, alla grande, nei motociclisti. E per questo si è messo in testa di costruire lui un’auto che sia soprattutto divertente, ma anche (grazie alle nuove tecnologie) sicura e poco assetata di benzina. Pensa che l’ibrido, a questo scopo, abbia delle potenzialità eccezionali. Che l’auto debba essere leggera ed eccitante, ma senza costare come una Ferrari. E che la si possa guidare anche in pista, se davvero la passione è tanta. Credete che sia un pazzo o che la sua sia una follia molto lucida e da incoraggiare?


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Un consiglio al nuovo boss dell’Alfa

L’Alfa Romeo, lo sapete, da qualche ora ha un nuovo capo, l’ingegnere tedesco Harald Wester. Siccome il nostro parla e legge perfettamente l’italiano, sarĂ  il caso di riassumere tutte le discussioni fatte nelle ultime settimane dandogli un-suggerimento-uno sul da farsi per rilanciare il marchio del Biscione. Dalle critiche passiamo ai contributi costruttivi. Partendo dal consiglio del lettore Andrea Solfanelli:

“Propongo di indire questo referendum sul sito e di comunicarne i risultati a Wester: ‘Sareste disposti a pagare 1000 euro in piĂą per una 159/Brera a trazione posteriore?’ In fondo la maggior parte della gente è proprio questo che chiede, maggior carattere e personalitĂ , che una trazione posteriore ha sicuramente. Se non erro, giĂ  sulla 155, che utilizzava il pianale delle Tempra (venduta anche in versione 4×4), l’Alfa avrebbe potuto realizzare la trazione posteriore e successivamente non lo ha fatto nemmeno sulla 156, che pure a fine carriera fu proposta in allestimento crosscountry 4×4. Ancora oggi sarebbe semplice farlo sulla Brera, che ha la versione 3.2V6 4×4. In altre parole, i pianali degli ultimi 15 anni permettevano la trazione posteriore e da anni ciò che i fans richiedono è il ritorno alla trazione dietro, che permetterebbe alle Alfa di diversificarsi ‘caratterialmente’ dalle Fiat. Non sarebbe un bel modo per ripartire?”.


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L’italiano più grande di sempre

Mi scrive Giulio Banti, lanciandomi una singolare sfida: “Caro direttore, ho visto su Rai Due uno strano programma in cui si sceglie l’italiano più grande di sempre. Ci dica lei chi è stato il top dei top nell’automobile, magari estendendo il tema ai lettori del suo blog, che ho scoperto solo di recente”.

Caro Banti, cari tutti, non ho visto il programma e credo che questi referendum lascino un po’ il tempo che trovano: è un po’ come quando i giornali sportivi si chiedono se è stato meglio Pelé o Maradona. Certo, nell’auto il made in Italy ha dato fior di personaggi: così, su due piedi, mi vengono in mente Enzo Ferrari, Giovanni Agnelli senior (il fondatore della Fiat), Vittorio Valletta, Vincenzo Lancia, Pinin Farina, Nuccio Bertone, Giorgetto Giugiaro (quest’ultimo tuttora attivissimo)… E si potrebbe continuare a lungo.

Ma i primi due, dovessi organizzare io un ballottaggio, credo che siano stati insuperabili: per la grande visione, unita alla genialità, che fa sì che i marchi che hanno creato tuttora continuino sulla strada tracciata all’inizio. Entrambi dotati di un carattere terribile, ma capaci di pensare in grande in un Paese piccolo piccolo. E con una capacità straordinaria di unire tante persone attorno a un’impresa comune.


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Riposino in pace i marchi dell’auto

Non so se è un bene o un male, ma è un fatto, certificato anche dal Salone di Detroit, tuttora in corso: i marchi dell’auto sono ormai uno strumento in mano ai capi dei grandi gruppi industriali, pronti ad essere piegati all’esigenza di offrire in tutto il mondo prodotti di buona qualitĂ  a un prezzo accettabile. L’esempio della Lancia Delta che in una notte è diventata Chrysler (vedi foto sopra) è solo l’ultimo di una lunga serie do parti gemellari che finiscono per arricchire le gamme di marche cresciuti con storie e radici completamente diversi. Siamo o non siamo nell’era della fecondazione artificiale? L’auto elettrica della Mitsubishi che in una notte diventa Peugeot e Citroen, il fuoristrada coreano che si veste di Renault… si potrebbe continuare per ore. Si cambia una mascherina, si appiccica il logo giusto e via, il gioco è fatto. Per arrivare a una domanda, che vi giro: fino a che punto la storia di un marchio si può piegare alle esigenze della Ditta che paga gli stipendi a fine mese? Forse i problemi dell’Alfa nascono proprio da qui: la sua personalitĂ  è così spiccata da rendere problematico l’amalgama con altri marchi. Tanto che c’è chi (vedi Massimo Mucchetti sul “Corriere” di domenica 17 gennaio) suggerisce alla Fiat di venderla…


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Mai fatto un incidente?

Il mensile americano “Car and Driver” ha invitato i lettori a misurarsi in una gara singolare: scrivere il miglior racconto di un incidente (vero) di cui sono stati protagonisti. Ne è uscito di tutto, dal ragazzotto della Florida che con la sua Corvette voleva far colpo su una biondona al tizio della Pennsilvanya che non aveva troppa confidenza con la neve ed è uscito di strada travolgendo il casotto degli attrezzi di un atterrito agricoltore.

Noi non siamo come gli americani, che spettacolarizzano tutto. Ma abbiamo un vecchio adagio che dice che quel che non uccide fortifica. E a tanti di noi è capitato di essere coinvolti in un incidente e di averne tratto una lezione, un’esperienza che adesso possiamo condividere con gli amici che frequentano questo blog. Non importa quando è capitato il botto, se ieri o trent’anni fa: conta la lezione che se n’è tratta. E il fatto di poterlo raccontare.

P.S. Avete anche foto? Inviatele all’indirizzo web@quattroruote.it


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Un’idea per… il Ponte di Messina

 

In Italia si bisticcia su tutto, ma poche cose hanno il potere di far litigare come il Ponte di Messina. Farlo? Non farlo? Qualche giorno fa “La Repubblica” ha ospitato la lettera di un anziano medico di Agrigento fortemente favorevole al progetto, ma il giorno dopo lo stesso quotidiano ha dovuto pubblicare un messaggio del figlio del professionista siciliano, un ingegnere, assolutamente contrario.

Noi ci vogliamo scherzare un po’ su, con una proposta che accontenterebbe tutti (anche per la spesa contenuta), ma richiederebbe automobilisti speciali, come il recordman del salto con l’auto Travis Pastrana… Ironia a parte, il tema è maledettamente serio e non riguarda solo lo Stretto: questo Paese ha bisogno di grandi opere, dal grande significato anche simbolico, o piuttosto cercare di migliorare le derelitte strade e ferrovie che giĂ  ha? Dobbiamo spendere per le varie Livorno-Civitavecchia, Brebemi, Asti-Cuneo, Pedemontana e lo stesso Ponte o piuttosto fare manutenzione dell’esistente? Guardate che non è un quesito banale.


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Che vuol dire essere alfisti oggi?

Chi ha qualche annetto sulle spalle (ma neanche poi tanti) ricorderà lo slogan “…e sei subito alfista”, coniato per il lancio della controversa Arna. Altra Italia, altri tempi, altra Alfa. Ma adesso che il marchio del Biscione compie 100 anni, e mentre votate (già in tanti l’hanno fatto) “la meglio Alfa di sempre”, è arrivato il momento di interrogarci anche sul significato del termine “alfista” nel 2010. Che tipo di automobilista identifica?

Ricordo una lunga chiacchierata, un annetto e mezzo fa, con l’ex capo dell’Alfa, Luca De Meo, adesso in Volkswagen: mi parlava del termine alfista con grande rispetto, dicendo che “stava studiando da alfista ripercorrendo la storia dei nomi che hanno fatto grande il marchio: Merosi, Satta Puliga, Luraghi, Carlo Chiti, De Silva…”. Ok, ma oggi quanto quella parolina scalda ancora i cuori degli appassionati?


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