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Il Brasile è la seconda casa, ma la prima?

Diciamola tutta: alla Fiat l’Italia non garba più tanto e viceversa. Il vertice dell’industra torinese è ormai popolato di manager stranieri (lo stesso Sergio Marchionne si sente assai più canadese che italiano) che disprezzano i giochetti della politica romana. La quale ricambia la disistima accusando il Lingotto di essersi dimenticato di quanto il Belpaese ha fatto per il Gruppo Agnelli.

E allora sentendo una battuta fatta nel weekend proprio da Marchionne (”Il Brasile ormai per noi è la seconda casa”), ci sorge spontanea una domanda maliziosa: ma la prima quale sarà? Sabato 6 marzo sul Corriere della Sera Massimo Mucchetti spiegava che se Fiat e Chrysler dovessero fondersi insieme, la bilancia potrebbe pendere decisamente a favore dell’azienda di Detroit, valutabile oltre 9 miliardi di euro contro i 6 del gruppo italiano. E siccome Marchionne ha più volte fatto capire di trovarsi molto meglio con l’amministrazione Obama che con il governo Berlusconi (vedi da ultimo la vicenda Termini Imerese-incentivi), ditemi voi dove potrebbe stabilire il vero quartier generale (o la prima casa, se preferite) del mega-gruppo che sta tentando di costruire. E l’Italia? Verrebbe dopo il Brasile, Paese nel quale già oggi la Fiat vende molte più macchine che da noi, guadagnandoci parecchio di più. Sarebbe una terza casa, un appartamentino al mare…

Nella vignetta di M. Vallese, Sergio Marchionne


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La Signorina degli Anelli vi ricorda qualcuno?

Il bello di Ginevra (nel senso di Salone) è che ti trovi a discutere di un modello nuovo con le persone più stimolanti, incontrate per caso lungo i corridoi. A me è capitato davanti all’Audi A1: ero finito in un capannello nel quale si dibatteva sul fatto che, vista di profilo, per tre quarti (escluso l’anteriore) la Signorina degli Anelli a qualcuno ricordava molto la 500.

In quel momento è arrivato un certo Giorgetto Giugiaro, al quale, noblesse oblige, abbiamo affidato la sentenza definitiva. Che è stata la seguente: molte auto hanno ormai tratti che si somigliano tra loro, l’importante è l’armonia delle proporzioni con cui questi tratti vengono presentati. E in quella macchina, secondo il grande Giorgetto, l’armonia c’è, eccome, anche se il nostro preferisce di gran lunga la versione senza le barre laterali colorate.

Ovvio che sia qui a chiedervi un parere in merito, nonché un giudizio più generale sull’A1. E infine: visto che mi sento dire spesso (anche nelle vostre mail) che le macchine sono sempre più uguali, quale modello ricalca più pacchianamente qualche precedente famoso?


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Riuscirà il giochino della Juke?

Basta con le solite macchine, basta con le forme tradizionali: la Nissan rilancia la sfida al conformismo automobilistico e lancia la Juke, modello che è allo stesso tempo coupé (dalla cintura in su), Suv (dalla cintura in giù) e utilitaria (dimensioni esterne-interne e prezzo, più o meno). Insomma, dopo avere realizzato una ciambella con un bel buco chiamata Qashqai, un successo clamoroso, la Casa giapponese raddoppia con una sfida ancora più ambiziosa, nel cuore del mercato italiano, sfidando le varie Punto-Fiesta-Polo-C3 eccetera con un oggetto che mischia generi diversi, offrendo vantaggi come la guida (un po’ più) alta e l’opzione di scegliere tra il 4×4 e la trazione anteriore, ovviamente più economica. Domanda: è la strada giusta per battere la noia da la-solita-auto-da-tutti-i-giorni?


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Che auto guideremo tra 10 anni?

Serve aiuto: venerdì 26 febbraio sono alla Bocconi di Milano per un convegno dal tema un po’ spiazzante, ovvero come sarà la vita tra 10 anni. Ovviamente al sottoscritto toccherà parlare di auto e sto riordinando le mie poche idee per evitare di fare una figuraccia in una delle università più prestigiose d’Italia.

Guideremo macchine elettriche o saremo ancora con i “soliti” macinini a benzina o gasolio? Avremo tutti il cambio automatico e una miriade di dispositivi elettronici a bordo? L’auto la compreremo o la noleggeremo soltanto? Saremo più o meno sicuri? Più o meno rispettosi dell’ambiente? E saranno modelli più piccoli o più grandi, visto che la statura dell’italiano medio in un decennio continuerà ad alzarsi sensibilmente? Ci saranno ancora le varie Fiat, Volkswagen, Ford, Renault eccetera a dominare il mercato o nuovi marchi la faranno da padrone? Rispondete, please.


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Domenica a piedi, politica coi piedi

La cosa più (tragicamente) divertente l’ha detta il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo: “Spero che aderisca anche la mia Siracusa, che soffre per gli scarichi del petrolchimico”. Stiamo parlando, ovviamente, della domenica senza auto, indetta per il 28 febbraio da 80 comuni del centro-nord. Tutti sanno che iniziative come queste servono praticamente a nulla e che l’auto continua a pagare per tutti (anche per il petrolchimico siracusano).

Perché si fanno, allora? Perché basta una firma su un’ordinanza e il gioco è fatto. Mentre interventi in profondità richiedono un duro e lungo lavoro, che nessuno o quasi ha voglia di fare. Prendiamo il caso di Milano che purtroppo conosco abbastanza bene: non c’è incredibilmente un metrò che arrivi a Linate, l’aeroporto cittadino, non c’è un metrò per lo stadio di San Siro, non c’è una pista ciclabile, non c’è un minimo di verde. Tutti in auto, sempre più inviperiti. Magari nella vostra città va meglio. O no?


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Jaguar e Porsche su strade diverse

Non sono auto per tutti, ma tutti ne possono discutere. Parlo di Jaguar e Porsche, marche che stanno prendendo direzioni ben diverse. La prima ha capito che scendere di livello, con una berlina che doveva far concorrenza alle varie BMW Serie 3, A4 e Mercedes Classe C, è stato un errore e sta cercando di recuperare una sua esclusività. Dunque: già a settembre è cessata, senza alcun rimpianto, la produzione della piccola X-Type, modello che non avrà seguito alcuno.

In compenso la marca del Giaguaro si concentra su una gamma tutta al di sopra dei 50 mila euro, poggiata sostanzialmente su tre modelli: la nuova XJ, la XF e la XK nella duplice versione coupé e cabrio. Insomma, meno macchine, ma di livello più alto. Non solo: la nuova XJ conferma un design di rottura rispetto a un passato piuttosto immobile, con linee molto più sportive e meno legni pregiati negli interni. Non per soli cumenda, insomma.

Sull’altro lato la Porsche sta scegliendo una strada diversa. Grazie alle sinergie con Audi, dopo l’ingresso nel gruppo Volkswagen, punta ad arrivare addirittura a una produzione di 150 mila macchine l’anno e, dopo avere esplorato la soluzione quattroposti con la vendutissima Panamera, potrebbe avere nel cassetto un modello decisamente più popolare. Che cosa ne pensate? Queste Case dovrebbero puntare a una forte esclusività o è giusto dare a (quasi) tutti la gioia di avere sul cofano un marchio di lusso?


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25 euro al mese, olio compreso

Quanto spendete di carburante al mese? Beh, sappiate che il conto potrebbe cambiare radicalmente, se la vostra prossima auto dovesse essere un’elettrica. Qualche giorno fa ho chiesto all’ingegnere che per l’Enel segue la mobilità sostenibile, Andrea Valcalda, di darmi un costo esatto al chilometro per una macchinetta come la Smart, in modo da poter fare un confronto con il modello a benzina o a gasolio.

La risposta è stata disarmante: nessun costo al chilometro, ma una tariffa “flat” di 25 euro al mese, qualunque sia la percorrenza. In pratica: che tu faccia 10 o 10 mila chilometri al mese, paghi sempre gli stessi 25 euro, addebitabili anche sulla bolletta di casa. E dato che la stessa Smart ha già detto quanto costerà prendere a noleggio la sua macchinetta elettrica, si può cominciare a fare qualche paragone sensato: il prezzo sarà di 400 euro al mese più Iva, per tre anni. Il tutto comprende ovviamente la manutenzione, che peraltro in un’elettrica è molto più semplice che non in una macchina con il motore termico: quest’ultimo è composto da circa 500 pezzi, contro i 20 del propulsore a batteria. E nell’elettrico non devi cambiare l’olio… Insomma, non è che cambi solo il cuore della macchina, cambierà anche il modo di fruirne, di venderla. Che suggerimenti possiamo dare alle varie Mitsubishi, Renault, Nissan, Peugeot, Citroën, Mini e, naturalmente, Smart, che stanno per proporre anche in Italia le loro macchinette? A quali condizioni saremmo disponibili a prenderle in considerazione?


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Alfisti e lancisti che vogliono la lotta dura

C’è chi dice no, come cantava Vasco Rossi. E non ci sta al ruolo futuro che il matrimonio transoceanico Fiat-Chrysler affida alle sorelline minori del marchio italiano, ovvero Alfa e Lancia. Così si rivolge al sottoscritto per far sapere che si raccolgono adesioni contro i progetti del grande capo del Lingotto, Sergio Marchionne.

Ovviamente stiamo parlando di appassionati, che vedono le cose da un’angolazione ben diversa da quella di un capitano d’industria. Ma meritano comunque di essere ascoltati. Per l’Alfa mi ha scritto tra gli altri Fabio Crippa, un giovane patito del Biscione che si dice in apprensione per “lo stato vegetativo in cui versa la marca†, a suo dire ormai snaturata dalla tradizione legata alle corse, alla trazione dietro e alla sportività su strada. Fabio sostiene una protesta silenziosa partita dal sito www.ClubAlfa.it: mettere un nastro nero sull’antenna della propria auto, in modo da mostrare a tutti il proprio disagio e, soprattutto, dissenso.

È piuttosto arrabbiato anche Pierluigi Tomasi, lancista di Conegliano e animatore del sito www.viva-lancia.com, che dall’inizio dell’anno raccoglie adesione per protestare contro l’accorpamento “amerikano†del marchio Lancia con la Chrysler. Aggiunge che “nessun manager di passaggio, e tutti lo sono rispetto ai 103 anni della nostra storia, si può permettere di decidere del futuro di un patrimonio così nobile per tutto il made in Italyâ€.

Che ne dite? Sono ribellioni da incoraggiare o lasciano il tempo che trovano?


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La mia prossima auto? Una Toyota

Eh sì, non ci sto con questo linciaggio della Casa che fino a ieri era considerata un esempio per tutti, in fatto di qualità, e ora è diventata all’improvviso un costruttore di macchine inaffidabili. Certo, i giapponesi hanno toppato alla grande: il possibile bloccaggio dell’acceleratore è un guasto grave, di cui ancora non si conoscono appieno le conseguenze in termini di incidenti causati. E anche il problema al freno della Prius non scherza. Però, però…Penso che questo bagno di umiltà porterà i giapponesi a recuperare la qualità perduta, a pensare più ai clienti che all’ossessione di diventare il primo costruttore del mondo. “Okyakusama dai ichi”, ovvero i clienti prima di tutto, ha ripetuto il responsabile della qualità Toyota, Shinichi Sasaki, nella difficile conferenza stampa tenuta a Tokio per ammettere gli errori comessi e chiedere scusa. Io a questa gente dò fiducia: sono anni che li vedo lavorare con serietà e sono certo che ne usciranno più forti di prima. E quando dovrò cambiare l’auto, non ci penserò due volte a comprare una Toyota, se ci sarà un modello che fa al caso mio.


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E allora togliamoli questi incentivi

Il ministro Claudio Scajola deve ancora riflettere. Non ha ancora realizzato se gli incentivi all’acquisto di auto nuove sono una distorsione del mercato, una droga, che come tale va eliminata. Peccato che una settimana fa avesse detto l’esatto contrario: in un intervento a una manifestazione di “Quattroruote”, aveva spiegato che lo sconto statale ci sarebbe stato anche per il 2010, ma con una durata (probabilmente sei mesi) e importi più modesti rispetto all’anno scorso.

Il tutto, si sa, avviene a un tavolo in cui c’è un convitato di pietra, ingombrante, chiamato Fiat, con tutti i ricatti e i contro-ricatti sulla chiusura di Termini Imerese. Naturalmente agli automobilisti nessuno pensa: anche chi vorrebbe comprarla, la macchina nuova, non sa che pesci pigliare, con tutti questi messaggini in codice che lorsignori si lanciano. Come ciliegina sulla torta arriva anche la vicenda dei petrolieri: segnalano che le raffinerie sono in crisi per la concorrenza dei cinesi e perché un po’ dappertutto si consuma meno benzina e meno gasolio. Cosa che per anni, consumare meno, ci hanno chiesto di fare, salvo che ora ci vengono a dire che in questo modo mettiamo a repentaglio migliaia di posti di lavoro nelle raffinerie italiane dei poveri petrolieri. I quali, sicuramente, preparano il terreno per avere anch’essi il loro aiutino.

Onestamente, non se ne può più: tanto varrebbe fare chiarezza, dire che gli incentivi sono finiti e smetterla con la commedia dello sconto statale che servirebbe per dare agli italiani macchine più ecologiche e più sicure. Degli automobilisti non importa un fico a nessuno, se non quando c’è da spremere soldi. Diciamolo e assumiamocene la responsabilità. Anche davanti agli operai delle fabbriche da chiudere e delle raffinerei da smantellare.


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